martedì 29 ottobre 2013

93. 05 marzo 1997 - NO DOUBT

Tragic Kingdom World Tour
Limelight (Milano)
Durata: 1h20'
Prezzo: 30000 lire
Posizione: 1° fila
Sold-Out: No
Pubblico: pieno






Ci sono concerti, pochi, che quando ci ripensi senti un moto d'orgoglio crescerti dentro per il solo motivo di essere stato uno degli spettatori.
Nel mio caso il più delle volte sono quattro i motivi che mi fanno dire di un live: essì cazzo, io c'ero.

1. Live di artisti poi ritiratisi (per limiti di età, per motivi di salute) o deceduti, oppure di band poi scioltesi: con diversi decenni di concerti alle spalle guesta categoria comincia ad essere affollata, dato che ci entrano i trapassati (Jeff Buckley, Amy Winehouse, Whitney Houston e Michael Jackson per esempio. Recentissimo Lou Reed), e le band scoppiate (Guns'n'RosesDire StraitsR.E.M.C.S.I. e soprattutto le Spice Girls, per citarne alcune).
2. Spettacoli visti all'estero di tour che poi non sono passati dall'Italia: qui il sottoscritto, con malcelato orgoglio, può citare tra gli altri Prince ovunque tra il 1992 e il 2007, il Re-Invention Tour di Madonna nel 2004, Fangoria a Madrid nel 2005 e Pat Benatar in Iowa nel 2009. Non so se mi spiego...
3. Concerti passati direttamente alla storia della musica per la loro unicità o perfezione: in quest'ultima categoria inserisco ad esempio Peter Gabriel a Modena nel 1993, concerto poi diventato il DVD ufficiale del Secret World Tour, Annie Lennox a Montreux, unico live fatto in occasione dell'uscita di Why e registrato per gli Unplugged MTV, i Depeche al Forum nel 1993 e i Cure all'Arena di Milano nel 1989.
4. Piccoli show in piccoli club di artisti/band che di lì a poco sarebbero diventati/e BIG da stadio: questa tipologia è probabilmente quella che regala le medaglie più preziose e luccicanti da appuntarsi al petto (se la gioca coi tour oltre confine), perché ti da quel nonsoché da talent-scout. Alcuni esempi che mi riguardano?: Bjork nel 1994gli Oasis che con il concerto del '96 entrano in ben due categorie (primo tour e band sciolta) o i Daft Punk al Rolling Stone nel 1997. Adesso impazzite per Get Lucky? Tzè!

Di questa ristretta cerchia di live invidiatissimi, fa certamente parte la data milanese dei No Doubt datata 1997.
È vero che la band era attiva da 5 anni negli States, ma l'album del successo planetario, quel Tragic Kingdom che avevo ascoltato fino allo sfinimento nonostante sulla carta fosse lontano dalle sonorità elettroniche che accompagnavano le mie giornate a metà degli anni '90, era uscito da un anno e mezzo e inspiegabilmente, con singoli del calibro di Don't speak e Just a girl, per l'unica data italiana venne scelta come location un micro locale come il LimeLight, club che da quando lo frequentavo, dopo City Square e Propaganda, era già al terzo cambio nome.
Il mio sponsor in tutta questa operazione, quel Marco S. che per mesi mi aveva inculcato con metodo scientifico la loro musica, tramite ascolti ripetuti e cassette autoprodotte, era anche il mio unico compagno possibile e desiderabile per l'occasione.
Ai tempi il mio lavoro mi portava in giro per Milano e hinterland con un enorme furgone bianco. Tra una consegna e l'altra mi fermai, nel primo pomeriggio, a dare un'occhiata alla situazione.
Quello che trovai non mi sorprese: alcune decine di fan erano già in attesa di entrare. Primo assoluto di fronte al portone: Marco! Tutto stava quindi procedendo come previsto.

Io, che avevo orari e appuntamenti da rispettare, dopo un breve saluto ripresi il mio giro, per poi tornare a Rozzano, dove la ditta aveva sede, cambiarmi, lavarmi e ritornare al LimeLight a vedere come si era evoluta la situazione.
Delirio.
Le decine di presone del pomeriggio erano diventate centinaia, tutte ben compresse in due serpentoni frementi per l'imminente apertura del locale.
Marco era sempre lì. Mi invitò a raggiungerlo: rifiutai, per evitare di essere scannato (per altro ne avrebbero avuto tutte le ragioni) dal resto degli astanti da ore in attesa.
Così aspettai che dopo l'apertura delle porte tutti entrassero per fare altrettanto.
All'interno la calca era impressionante. Non era pensabile anche solo immaginare di avvicinarsi alla prima fila da cui Marco mi salutava un po' sconsolato. Ma erano diversi anni che mi barcamenavo tra concerti di tutti i tipi e i quasi 100 show visti mi davano un senso di tranquillità: conoscendo il tipo di musica dei No Doubt e l'effetto che questa avrebbe quasi certamente avuto su un pubblico già elettrico, immaginavo che qualcosa di positivo sarebbe potuto accadere. E infatti...

Spente le luci il set venne aperto da Tragic Kingdom, ultimo pezzo dell'album omonimo e in assoluto il mio brano preferito della band californiana. Un richiamo che non potevo ignorare.

La canzone, uno ska quasi lirico, oserei dire epico, ha un crescendo che sfocia in un finale di delirio musicale: e fu subito pogo, ovvero quello che aspettavo. Mi infilai velocemente negli spazi che man mano si creavano, mi facevo spingere verso il palco, avendo cura di infilare una spalla o un gomito in ogni varco che si apriva, cavalcando il timore che prende chiunque si trovi ai margini di un pogo serio, che è quello di prendersi una gomitata in un occhio. 
Il miracolo si materializzò prima della fine della canzone: ero in prima fila, spalla a spalla con Marco. Mi guardò incredulo e felice mi chiese 'Cosa ci fai qui?'.

Come riassumere poi gli 80 minuti di concerto che sono seguiti? Direi ENERGIA & FOLLIA.
Sul palco un'esplosione di canto, suoni, corse, salti: Gwen Stefani era oltre ogni aspettativa. Una scheggia impazzita che dopo pochi minuti era già un bagno di sudore, tanto non stava ferma per un secondo. Qualcosa di mai sperimentato prima, soprattutto se si pensa alle cantanti di sesso femminile viste sino ad allora.
Con lei una band che poteva solo provare a starle dietro. Di fronte a noi, a poche decine di centimetri, Tony Kanal (il mio favorito della band...) ci riusciva piuttosto bene: caricato a molla, era sempre pronto a saltare e a correre sul piccolo palco.
Dietro a noi era delirio e paura: oltre all'inevitabile pogo alcuni spettatori si lanciarono nella pericolosa pratica del crowd-surfing: dato che gli amanti del genere puntano il palco per poi passare al stage-diving, con un occhio guardavo il palco ma con l'altro tenevo costantemente sotto controllo i movimenti alle mie spalle, per evitare che mi arrivasse in testa una scarpata... 

In sintesi i No Doubt furono indimenticabili: instancabili, senza freni, completamente folli. Chi si era fermato a Don't speak deve essere rimasto turbato dall'energia prodotta da quei 4 sul minuscolo palco del LimeLight.

Uscimmo distrutti, sudati, mezzi sordi e afoni. Cosa potevamo chiedere di più?


Visto con: Marco S.

giovedì 24 ottobre 2013

92. 12 febbraio 1997 - LAMB


Magazzini Generali
Durata: /
Prezzo: /
Posizione: 1° fila
Sold-Out: /
Pubblico: Pieno












Chiuso il 1996 con i suoi 22 eventi visti, il nuovo anno di concerti veniva inaugurato con un live a dir poco attesissimo: in quei mesi infatti la prima onda drum'n'bass calava pesantemente sui miei ascolti abituali, fornendo nuovi stimoli al mio amore per la musica dance-elettronica. A darmi grandi soddisfazioni in quel periodo erano artisti come Sneaker Pimps, Future Sound Of London, 808 State, Underworld, Leftfield, Aphex Twin (limite massimo dell'ascoltabile per me: il passo successivo, ovvero Autechre, era già fuori scala) e Lamb.
Proprio questi ultimi avevano rappresentato, col primo lavoro omonimo, una novità che mischiava felicemente l'elettronica, l'indie e la dance.

Fu amore a primo ascolto e, per quanto riguarda la parte maschile del due, anche a prima vista.


La voce di Lou Rhodes, a tratti quasi infantile, era perfetta per le sonorità dance del sexy Andy Barlow. Insomma: al concerto ci si andava con interessi multipli, che non si fermavano solo alla musica.

Per godere appieno di questo ben di dio, ci premurammo di arrivare per tempo, in modo di accaparrarci una prima fila, che per l'occasione era perfettamente centrale.

La location era nuova: i Magazzini Generali, nuovo locale milanese aperto da pochi mesi, ci davano il benvenuto nella sua 'sala grande': uno stanzone stretto e lungo dall'acustica discutibile. Sarebbe stato solo il primo di una lunghissima sfilza di concerti ... ma nulla a che vedere col compianto Rolling Stone.
Allo spegnersi delle luci, fu subito chiaro che il concerto si sarebbe giocato sul perfetto equilibrio tra la voce eterea di lei e i suoni sintetici e crudi di lui.
Il pubblico era incontenibile, la qual cosa non passò inosservata a Andy che, non so se aiutato da sostanze di un qualche tipo, sul palco saltava come un grillo e urlava come un pazzo, completamente coperto dai suoni delle sue tastiere.
Il clou, per lui ma soprattutto per noi, si raggiunse quando, esaltato oltre ogni dire, saltò giù dal palco e si issò sulle transenne, esattamente di fronte a noi (e nello specifico, posso aggiungere che io avevo il suo ombelico all'altezza del mio naso, per capirci).
Lo abbracciammo, sopraffatti dalla sua carica di energia, con molto, molto calore. 
Lui non si ribellò al nostro vivace abbraccio, anzi.

Diciamo che uscimmo dai magazzini con un indelebile ricordo stampato nella memoria e tra le mani. 

Visto con: Vincenzo, Marco s.

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